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Itinerario N°1
Cultura, Arte e Storia

Convento di S. Angelo





Inerpicandosi ulteriormente sulle pendici del Monte Circolo che domina su Fossa, la strada ci rivela ben presto la vista di uno dei più suggestivi complessi architettonici d’Abruzzo, il convento francescano di Sant’Angelo, costruito sulla spianata di uno sperone di roccia che si apre sul vuoto, spaziando a volo d’uccello sull’intera valle dell’Aterno.

Tuttora tenuto da frati Francescani, in origine dovette essere un monastero di monache benedettine, come riferisce nella sua cronaca il Beato Bernardino da Fossa, sebbene non sia attendibile l’origine duecentesca (che il Beato indica ora nel 1236, ora nel 1243). 

 

Dobbiamo pensare alla presenza di un primo impianto chiesastico, cui solo ai primi del XV secolo si sarebbe annesso l’edificio conventuale. Il Costa ci informa della gestione difficoltosa del monastero da parte delle monache, dovuta ad esempio a numerosi furti, sicché il complesso – dopo un primo affidamento ad una badessa francescana la quale tuttavia non sarebbe riuscita a risollevarlo dal degrado – passò definitivamente a una comunità di Frati Minori dell’Osservanza, che lo acquistarono impegnandosi in cambio a partecipare alle spese per il completamento della cupola di San Bernardino all’Aquila e la realizzazione del Sepolcro per il Santo. L’atto ufficiale, dato motu proprio da Sisto IV, è dell’8 dicembre 1480, e tra i nuovi frati che vennero ad abitare il convento c’era il Beato Bernardino da Fossa il quale descrive ampiamente nella sua cronaca i lavori realizzati dai frati. Il convento sarà retto dagli Osservanti fino al 1593, passando successivamente ai Minori Riformati.

 

Caduto in abbandono all’inizio dell’Ottocento, ridotto poi a lazzaretto e soppresso nel 1860, ebbe una breve ripresa nei primi decenni del XX secolo, prima che l’occupazione tedesca vi facesse scempio bruciando gli arredi e soprattutto l’intera biblioteca dotata di circa 1500 volumi. Il complesso è stato infine oggetto di controversi lavori di restauro protrattisi dal 1958 al 1972.

 

La chiesa è a navata unica voltata a botte, scandita nella giustapposizione di due campate quadrate ed è dotata di coro anch’esso quadrato; del 1652 è l’altare maggiore (a timpano spezzato, nel centro del quale si erge un Crocifisso tra due angeli adoranti) realizzato da Paolo Coccetta e Bernardino di Giuseppe Marrone entrambi di Poggio, mentre i primi due altari laterali sono seicenteschi: quello di destra, dedicato a Sant’Antonio di Padova, è a timpano spezzato e vi si legge sull’architrave: altare hoc R.D. Dominici Cacchioni ac Iosephi Canalis Devotione erectum A.D. mdclxxvii; quello di sinistra, dedicato a Sant’Anna, ha sotto la mensa la spoglia del Beato Timoteo da Monticchio, morto nel 1504.

 

Nel 1729 fu ritoccata la cappella di San Michele sul lato sinistro, la quale tuttavia esisteva fin dai primi del Cinquecento  allorché vi furono tumulate le spoglie del Beato Timoteo da Monticchio (1504, poi spostate sotto l’altare di Sant’Anna) e del Beato Ambrogio da Pizzoli (1508). Nel 1761 era stata rifatta la facciata della chiesa, e nel 1791 vi fu aggiunto il portico anteriore, conservando tuttavia l’originale portale quattrocentesco. Allo stesso anno risalgono i rifacimenti interni, come si ricava dalla targa sul soffitto: Templum Istud Restauratum Fuit Anno Domini 1791.

 

Il corredo artistico della chiesa è attualmente alquanto modesto: la citata cappella dei Bonanni ha in altare una riproduzione su Maiolica dell’originale San Michele Arcangelo su tela (oggi all’Aquila, nel complesso di San Bernardino) a detta del Di Marco copia da Guido Reni, cui vanno aggiunte le seicentesche tele dell’Immacolata Concezione tra i Santi Domenico, Giuseppe, Francesco ed Antonio Abate e un committente, e di Sant’Antonio di Padova; il dipinto con Sant’Anna la Madonna e il Bambino nell’omonimo altare è firmato e datato Pietro Bugni P. Aquila 1758.

Ai lati dell’altare due portelle, sovrastate dalle statue di Santa Lucia e Sant’Agata, immettono nel coro dove è notevole una seicentesca tavola in legno con sei nicchie separate da archetti e nelle quattro centrali le statuine dei Santi Pietro, Paolo, Michele Arcangelo, Francesco d’Assisi. Sulle pareti laterali del coro due grandi tele settecentesche con una Natività e un’Adorazione dei Magi, sul fondo due ovali con episodi della vita di Tobia, mentre sulla volta un Re David che suona l’arpa datato 1790.

Nella sagrestia attigua al coro si conserva una piccola urna con le ossa del Beato Bernardino da Fossa (1420-1503), portate al convento nel 1516.

Ma il patrimonio pittorico quattro-cinquecentesco più interessante del convento è stato trasferito nel Museo Nazionale dell’Aquila, dove va segnalato innanzitutto il notevole ed intatto polittico del quattrocentesco Maestro dei polittici crivelleschi, e diverse opere su tavola di Francesco da Montereale (una Resurrezione e un’Apparizione di Cristo pellegrino al Beato Bernardino da Fossa).

 

Nelle 23 lunette del portico si sviluppa la narrazione agiografica di Sant’Antonio di Padova, tempere seicentesche dovute tradizionalmente a certo Borani: si ha infatti un documento del 1660 riportato dal Costa in cui “conceditur licentia pittori Borani et universitati Ocrae pingendi claustrum S. Angeli, dummodo iurgium inter fratres non insurgat”. Sopra ogni lunetta figura lo stemma delle famiglia ocrese che la fece dipingere, e alle lunette si alternano dei medaglioni con le immagini dei Beati dell’Ordine Francescano.

Nel refettorio campeggia sulla parete di fondo il pregevolissimo affresco con l’Ultima Cena, opera del primo Cinquecento aquilano. Sulla trave lignea dipinta che l’attraversa il motto Silentium oris et pedu(m) ammonisce  frati a non far rumore con la bocca e con i piedi.